• 24 FEB 17
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    Chirurgia Orale Implantare & Parodontologia

    Vorresti ricorrere all’implantologia dentale ma non hai osso sufficiente per inserire gli impianti? Hai sentito parlare di rigenerazione ossea ma vorresti saperne di più? Hai la parodontite e vorresti risolvere l’instabilità dei tuoi denti? Se si, leggi l’articolo seguente che descrive le caratteristiche principali delle varie tipologie di interventi che rientrano nella chirurgia orale e che potrebbero essere utili alla risoluzione delle tue problematiche.

     

    Cos’è la chirurgia orale?

    Detta anche chirurgia odontostomatologica, è quel ramo dell’odontoiatria che si occupa di tutta una serie di interventi chirurgici che possono essere effettuati all’interno del cavo orale e che possono riguardare diverse problematiche.

    Nella chirurgia orale, rientrano tutta una serie di interventi riconducibili a diverse patologie e imperfezioni dei denti e della bocca. Di seguito se ne descrivono i più conosciuti e diffusi.

     

    Estrazione del dente

    L’intervento di chirurgia orale più conosciuto e diffuso è l’estrazione del dente. Sono diverse le cause che portano ad effettuare questo tipo di intervento: un dente cariato o fratturato in seguito di un trauma; a causa di una malattia parodontale; a causa di denti accavallati o inclusi; un dente infetto; in caso di granuloma sul quale non si può intervenire chirurgicamente; quando ci sono radici che devono essere rimosse perché destinate a marcire; un dente del giudizio.

    Ovviamente l’estrazione del dente è un intervento di chirurgia orale che rappresenta l’ultima soluzione per risolvere un problema legato ai denti; si effettua quando non c’è più nulla da fare. In ogni caso spetta sempre al dentista la decisione se ricorrere o no all’estrazione di un dente.

     

    Intervento parodontale

    Nel caso in cui si è affetti da parodontite è possibile che si formino delle tasche parodontali, cioè degli spazi vuoti fra i denti causati della recessione dell’osso. In questo caso non è possibile rimuovere la placca batterica con il normale uso dello spazzolino. Per questo motivo, se le tasche hanno una profondità maggiore di 5 mm, si ricorre all‘intervento parodontale.

    In questo modo possono essere rimossi i batteri all’interno e in fondo alla tasca. L’intervento si effettua facendo una piccola incisione sulla gengiva che permette di pulire le superfici dei denti.

    Attraverso l’intervento parodonatale è possibile recuperare e salvare i propri denti anche se in precedenza si muovevano e sembravano destinati a cadere.

     

    Implantologia dentale

    L’implantologia è una tecnica di chirurgia orale che permette la sostituzione di un dente mancante attraverso l’applicazione di una radice artificiale in titanio (impianto dentale), direttamente nell’osso mascellare.

    L’impianto deve integrarsi perfettamente con l’osso. Questo processo si chiama osteointegrazione ed è stato coniato dal prof. Branemark verso la fine degli anni sessanta.

    Una volta avvenuta l’osteointegrazione, sull’impianto viene poi applicata la protesi. Per una migliore riuscita dell’intervento la protesi non deve essere applicata subito dopo l’inserimento dell’impianto, ma dopo un periodo che va dai 3 ai 6 mesi (Columbia University, New York).

     

    Rigenerazione ossea

    Non è sempre possibile ricorrere all’implantologia dentale, infatti, se non c’è osso sufficiente, non è possiible inserire gli impianti. Attraverso la rigenerazione ossea è possibile la ricostruzione del tessuto osseo sul quale inserire poi l’impianto.

    In pratica questa tecnica consiste nell’applicare un nuovo osso che riempiendo il difetto dell’osso perso,  formerà il nuovo tessuto osseo.

    Questo materiale può essere di diverse tipologie: un pezzo di un osso del proprio corpoprelevato dalla mandibola o dal cranio o un osso artificiale di materiale sintetico biocompatibile. Nel secondo caso, il materiale sintetico viene irrorato dal sangue e quindi inglobato dall’osso.

    Carico Immediato

    Per implantologia (dentale) si intende quell’insieme di tecniche chirurgiche atte a riabilitare funzionalmente un paziente affetto da edentulismo totale o parziale mediante l’utilizzo di impianti dentali ovverosia elementi metallici inseriti chirurgicamente nell’osso mandibolare o mascellare, o sopra di esso ma sotto la gengiva, atti a loro volta a permettere la connessione di protesi, fisse o mobili, per la restituzione della funzione masticatoria. Tali impianti possono essere di diverse forme inseriti in diverse sedi con varie tecniche e poi connessi alle protesi con diverse tempistiche.

    Apicectomia

    ‘apicectomia è un intervento dentistico invasivo che prevede la rimozione dell’apice infetto di una radice dentale. Granuloma DentaleIn caso d’impossibilità di trattare l’infezione mediante semplice devitalizzazione, l’apicectomia si rivela l’operazione chirurgica di prima linea per risanare granulomi, cisti ed ascessi dentali.
    Pur essendo relativamente semplice e pressoché indolore, un intervento di apicectomia richiede comunque la qualifica dell’operatore e la collaborazione da parte del paziente.
    Nel prosieguo dell’articolo descriveremo con precisione tutte le fasi dell’apicectomia; successivamente, daremo risposta a domande e dubbi frequenti nell’intento di scacciare, quanto possibile, la tipica tensione pre-intervento.

    Intervento

    L’apicectomia è una pratica chirurgica piuttosto semplice: dopo aver anestetizzato il dente malato, si può procedere con la rimozione della massa infetta dall’apice della radice.
    Di seguito, sono descritte le fasi principali dell’intervento:

    1. Dopo aver addormentato il dente mediante anestesia locale, il medico pratica un’incisione direttamente nella gengiva: così facendo, la radice sottostante viene completamente esposta
    2. Il tessuto infetto viene rimosso mediante appositi strumenti chirurgici
    3. Gli ultimi millimetri della radice vengono rimossi (la radice è lasciata “scoperta”)
    4. L’apicectomia procede con la meticolosa disinfezione della zona trattata per ridurre la carica batterica: così facendo, è possibile prevenire ulteriori, possibili, infezioni
    5. Lo step successivo è l’otturazione dell’apice radicale: l’estremità della radice – la cui punta è stata rimossa – va sigillata con un materiale biocompatile per negarne l’accesso ai batteri. Quest’operazione viene chiamata sigillazione od otturazione retrograda
    6. L’apicectomia termina con il perfetto riposizionamento dei lembi gengivali: la gengiva va ricucita con appositi punti di sutura

    I punti di sutura che non si sciolgono dovranno essere rimossi dal medico dopo 2-7 giorni dall’intervento.

    Allungamento di Corona Clinica

    L’allungamento della corona clinica é un intervento chirurgico volto a ristabilire una migliore proporzione fra dente e tessuto osseo e gengivale, a scopo terapeutico oppure semplicemente estetico.

    In molti pazienti, la totalità dei denti, oppure soltanto alcuni elementi dentali, appaiono troppo “corti”: la loro lunghezza in realtà, è normale, tuttavia la parte visibile risulta ridotta, poiché ricoperta in modo eccessivo da osso e gengiva.

    Quando ci si trova in presenza di denti molto compromessi a causa di traumi, carie o malattia parodontale, si rende necessaria una ricostruzione protesica di tali elementi, al fine di ottenerne il recupero. Tali ricostruzioni, si pensi ad esempio all’incapsulamento dentale (corona protesica) o al ponte, necessitano a loro volta di una superficie dentale visibile sufficientemente estesa perché trovino un appoggio, un pilastro adeguato alla loro realizzazione.

    Nei pazienti che presentano un’eccedenza di tessuto osseo-gengivale rispetto alla parte visibile del dente, è indispensabile intervenire con il trattamento di allungamento della corona clinica, al fine di raggiungere tali obiettivi terapeutici.

    Il “gummy smile” o sorriso “gengivale” può essere vissuto dal paziente anche come mero problema estetico. Anche in questo caso, è possibile ricorrere alla soluzione di allungamento della corona, al fine di ristabilire un nuovo equilibrio fra denti e superficie gengivale.

    Come si realizza un intervento di allungamento di corona clinica?

    Si tratta di un intervento di chirurgia plastica che permette di rimodellare il contorno osseo e gengivale. Attraverso l’apertura chirurgica del lembo gengivale, si elimina la quantità di tessuto osseo ritenuta necessaria e si ricontorna il tessuto gengivale attorno alla corona, elevandolo rispetto alla posizione di partenza.

    L’allungamento di corona clinico, applicabile al singolo dente o all’intera arcata dentaria, permette dunque di aumentare la quantità di  superficie dentale esposta, allo scopo di ottenere i benefici estetici desiderati (una migliore armonia di proporzioni) oppure predisponendo in modo ideale gli elementi dentari alla successiva terapia ricostruttiva.

    ENUCLEAZIONE DI CISTI

    ■ Esistono tre differenti tecniche chirurgiche per il trattamento delle cisti:
    1. enucleazione: consiste nella rimozione completa della cisti in un’unica seduta operatoria. La
    cavità ossea residua, grazie all’organizzazione del coagulo ematico che si forma nel postoperatorio, guarisce spontaneamente con rigenerazione ossea;
    2. marsupializzazione: consiste nel porre in comunicazione la cisti con il cavo orale determinando l’annullamento della pressione endocistica. Ne consegue un blocco dell’attività osteoclastica e una stimolazione ai processi di riparazione con attivazione degli osteoblasti che porta ad
    una progressiva riduzione delle dimensioni della lesione;
    3. tecnica combinata: rappresenta un compromesso tra le precedenti tecniche chirurgiche; consiste in una iniziale marsupializzazione, seguita a distanza di tempo dall’enucleazione.

     

    Indicazioni
    Tra le tecniche chirurgiche, l’enucleazione rappresenta
    sicuramente il trattamento di prima scelta; i suoi vantaggi sono:
    – risoluzione in unica seduta operatoria,
    – tempi di guarigione ridotti.
    Tuttavia, nel caso di cisti estese, in rapporto con strutture anatomiche importanti (vasi, nervi, seno mascellare,
    ecc.) o con apici di elementi vitali, questa tecnica comporta il rischio di costi biologici elevati rispetto ai benefici ottenuti:
    – frattura della mandibola,
    – comunicazioni oro-antrali,
    – lesioni neurovascolari,
    – perdita di vitalità di elementi dentari.
    Le situazioni sopra citate, nelle quali i costi rischiano di
    superare i benefici apportati dall’intervento, esiste invece l’indicazione all’esecuzione di una marsupializzazione. Ricordiamo comunque che questa tecnica comporta
    notevoli svantaggi:
    – lenta risoluzione della patologia,
    – disagi per il paziente legati alla creazione di una cavità
    accessoria di difficile detersione, con conseguente ristagno alimentare, alitosi, ecc.
    Tuttavia, una volta ottenuta una riduzione dimensionale
    della lesione, tale da ridurre il rischio di danni alle strutture anatomiche circostanti, si può decidere di ricorrere
    alla tecnica combinata per accelerare i processi di guarigione, procedendo con una seconda fase chirurgica che
    porti all’enucleazione della parete cistica residua.
    Nel caso della tecnica combinata gli svantaggi sono:
    – inizialmente quelli della marsupializzazione,
    – due tempi chirurgici.
    L’OPT di figura 1 rivela la presenza di una lesione cistica in corrispondenza dell’elemento 23; la figura 2 evidenzia un dettaglio della lesione. In questo caso è stata effettuata l’enucleazione della cisti.
    Tecnica chirurgica

    1. Anestesia
    Gli interventi di enucleazione sono generalmente eseguiti in anestesia locale. La tecnica di anestesia dipenderà ovviamente dalla sede della lesione (fig. 3).
    L’anestesia locale può essere eventualmente associata a sedazione cosciente o l’intervento può essere eseguito in anestesia generale, previa valutazione di fattori quali:
    – estensione e localizzazione della cisti,
    – accessibilità,
    – durata prevista dell’intervento,
    – compliance del paziente.
    Dalla valutazione di questi fattori clinici e dal colloquio con il paziente dovrebbe derivare la scelta del tipo di anestesia.

    2. Incisione
    Dopo un’adeguata anestesia e disinfezione del campo operatorio con clorexidina allo 0.2%, si procede con l’incisione.
    La scelta del lembo di accesso dipende da:
    – posizione della cisti,
    – estensione della cisti,
    – sviluppo verso il margine crestale,
    – situazione parodontale degli elementi coinvolti.

    È possibile scegliere tra i seguenti lembi di accesso:
    – lembo lineare senza incisioni di rilascio (fig. 4): consiste in un’unica incisione a tutto spessore eseguita vestibolarmente parallela al piano occlusale. Evita l’esecuzione di tagli di scarico in settori a rischio, come per esempio in corrispondenza del forame mentoniero;
    – lembo con un’incisione di rilascio (fig. 5a, b): l’esecuzione di un’incisione di rilascio migliora la visibilità
    rispetto al lembo lineare (incisione a elle).

    Generalmente il taglio di scarico si esegue mesialmente,poiché in posizione opposta alla direzione dominante della vascolarizzazione del lembo. L’incisione di rilascio deve cadere nella concavità tra le eminenze ossee, mesialmente o distalmente all’elemento dentario;

     

    – Lembo con due incisioni di rilascio (fig. 6): è indicato qualora fosse indispensabile un’ottima visibilità. L’esecuzione di un taglio di scarico mesiale e uno distale consente la massima esposizione del campo operatorio, ma limita l’apporto vascolare al lembo;

    – Lembo marginale o sulculare (fig. 7): l’incisione è eseguita all’interno del solco gengivale, seguendo la festonatura della gengiva e terminato con un’incisione di rilascio mesiale. E’ indicato quando la lesione si sviluppa verso il bordo alveolare, per evitare che la sutura cada in una zona non supportata da tessuto osseo sano; in presenza di elementi dentari parodontalmente compromessi, per intervenire anche sui tessuti parodontali; nel caso di elementi coinvolti nella lesione cistica e probabilmente non mantenibili, per evitare di lasciare una sottile banda di gengiva con scarso supporto vascolare in caso di estrazione;

    – Lembo in cresta: l’incisione è eseguita lungo la cresta.È indicato in settori edentuli, soprattutto quando la cisti si sviluppa in vicinanza del bordo alveolare, per avere massima visibilità e consentire una sutura su tessuto osseo sano.

    3. Scollamento
    Una volta disegnato il lembo a tutto spessore, si procede con lo scollamento. Si possono verificare due eventualità:
    – la cisti non ha eroso la corticale esterna. In questo caso lo scollamento risulta più agevole, è possibile sfruttare il piano osseo come guida per il clivaggio del lembo (fig.8a, b);
    – la cisti si trova a diretto contatto con il piano mucoperiosteo. In questo caso lo scollamento deve essere effettuato con cautela, poiché, mancando il piano osseo, è più difficile identificare il corretto piano di clivaggio. È consigliabile iniziare lo scollamento nelle zone più lontane dall’area dove l’osso è completamente riassorbito. La figura 9 evidenzia la lesione cistica a contatto con il piano mucoperiosteo dopo lo scollamento

    4. Osteotomia
    Si procede con la creazione di un accesso alla cisti attraverso il piano osseo, cercando di conservare quanto più tessuto osseo integro possibile, compatibilmente con l’ottenimento di una buona visibilità.
    I margini della finestra di accesso devono essere sufficientemente distanti dalla linea di incisione del lembo per garantire una sutura su tessuto osseo sano. L’osteotomia generalmente si esegue con una fresa a rosetta montata su manipolo dritto a bassa velocità, sotto irrigazione con fisiologica (fig. 10). La figura 11a, b mostra l’osteotomia completata.

    5. Clivaggio della cisti e revisione della cavità
    Una volta creato l’acceso alla parete cistica, si procede con la separazione di questa dalle pareti ossee, se presenti, o dai tessuti molli.
    Se possibile, si cerca di evitare la lacerazione della parete cistica, per ridurre il rischio di escissione incompleta. Qualora non fosse possibile per la presenza di una parete molto sottile o molto aderente, è importante eseguire con estrema attenzione la revisione della cavità per far sì che il trattamento sia comunque efficace.

    Per il clivaggio della cisti si utilizzano scollatori diritti e/o angolati; mentre la cisti viene mantenuta in tensione verso l’esterno mediante una pinza, si libera la parete cistica, mantenendosi ben aderenti all’osso per evitare lacerazioni, fino alla completa rimozione della cisti (figg. 12a, b e 13a, b).

    Asportata la cisti, si rimuovono eventuali residui epiteliali, rivedendo la cavità mediante l’uso di curette o cucchiai chirurgici.La figura 14 mostra la cavità a enucleazione avvenuta,la figura 15 la cavità revisionata e l’emostasi con cera da osso. Nel caso di cheratocisti la revisione deve essere particolarmente accurata, vista la tendenza di queste lesioni a recidivare. È consigliato integrare la revisione con toccature mediante garze impregnate con soluzioni fissanti,quali il liquido di Carnoy.

    La lesione viene posta in un flacone contenente formalina al 10% tamponata a pH neutro e successivamente inviata per l’esame istologico (figg. 16, 17). La figura 18 mostra l’esame istologico, che conferma la diagnosi di cheratocisti.

    6. Sutura
    Se la scelta e il disegno del lembo sono stati accurati, è possibile suturare su tessuto osseo sano e ottenere una guarigione per prima intenzione.
    Una guarigione per prima intenzione rappresenta sempre la prima scelta, tuttavia in caso di cisti infette, può sussistere l’indicazione a una guarigione per seconda intenzione. La ferita in tale caso viene lasciata parzialmente aperta mediante zaffatura con garza iodoformica o con un drenaggio tubulare in materiale gommoso.
    La figura 19 mostra l’inizio della sutura su punto di repere, la figura 20 la sutura ultimata. La figura 21 mostra il caso a guarigione avvenuta.

    Tempi di guarigione
    Le cisti rimosse completamente non tendono a recidivare, fatta eccezione per le cheratocisti, cisti
    aneurismatica e cisti radicolari in cui il dente causale non sia stato trattato adeguatamente dal
    punto di vista endodontico.
    La guarigione avviene a partire dal coagulo primario che si forma nell’immediato postoperatorio
    e dalle pareti della cavità cistica: l’organizzazione di tale coagulo porta alla neoformazione ossea
    che progressivamente riempie la cavità.
    Non sussiste pertanto indicazione all’utilizzo di innesti ossei autologhi o materiali alloplastici per
    ottenere il riempimento della cavità; al contrario
    tali procedure aumentano la morbilità postoperatoria e ritardano i tempi di guarigione.I tempi di guarigione sono legati a diversi fattori:
    – dimensioni iniziali della cisti,
    – numero di pareti residue,
    – età del paziente (pazienti più giovani guariscono, in media, più rapidamente).
    In genere per evidenziare radiograficamente un riempimento più o meno completo della cavità è
    necessario un tempo variabile tra i 6 e i 12 mesi.
    Nel caso di cisti aneurismatica e di cheratocisti è possibile avere recidive anche a distanza di anni
    dall’intervento. Pertanto è opportuno seguire i pazienti con tali patologie con controlli annuali
    clinici e radiografici per almeno 5 anni.
    L’indagine standard è rappresentata dall’ortopantomografia. Nel caso di cisti di dimensioni limitate
    può essere sufficiente un controllo mediante radiografie endorali. In caso di lesioni indagate
    mediante TC, può essere indicato ripetere lo stesso tipo di esame a distanza di tempo.

     

    Cos’è la parodontologia

    La parodontologia è la branca dell’odontoiatria che si occupa della prevenzione, della diagnosi e della terapiadelle patologie che colpiscono il parodonto.
    Per parodonto si intende l’insieme dei tessuti duri e molli di supporto dei denti, come la gengiva, il legamento parodontale, il cemento radicolare e l’osso alveolare. Le patologie che più frequentemente colpiscono il parodonto sono la gengivite (infiammazione dei tessuti molli di sostegno) e la parodontite.

    La parodontite

    La parodontite consiste nella perdita dell’ osso di sostegno dei denti in seguito all’ infiammazione dei tessuti. È una malattia molto diffusa: colpisce il 47% della popolazione adulta ed il 70% dei soggetti sopra i 65 anni. Le sue conseguenze sono importanti in quanto è la maggiore responsabile della perdita di denti in età adulta.
    Si tratta di una patologia infiammatoria provocata dai microrganismi della placca batterica. Se non curata, l’infezione procede in profondità: la gengiva si allontana dal dente, creando tasche in cui i batteri si accumulano; il tessuto osseo viene distrutto; i denti perdono supporto e diventano mobili.
    La causa diretta della parodontite è legata all’accumulo di placca batterica. Un importantissimo ruolo nel suo sviluppo è rappresentato dalla predisposizione genetica individuale. Esistono poi due fattori di rischio molto importanti rappresentati dal fumo e dal diabete.

    Come capire se si soffre di parodontite

    La malattia provoca sintomi molto scarsi e quindi può progredire e aggravarsi senza quasi che il paziente se ne accorga. Per questo motivo è fondamentale sottoporsi regolarmente a visite di controllo in modo tale che il dentista possa intervenire tempestivamente. In particolare, non bisogna aspettare che compaiano i sintomi tipici della malattia avanzata (per esempio la mobilità dei denti) per farsi visitare.
    I principali segnali che possono fare sospettare la presenza della malattia sono:
    gengive che sanguinano spazzolando i denti o mangiando cibi duri
    gengive arrossate, gonfie, retratte in tutta la bocca o solo su alcuni denti
    È opinione diffusa che contro questa malattia, un tempo chiamata piorrea, vi sia poco da fare e che sia normale esserne affetti se ne hanno sofferto i propri genitori. In realtà i disturbi delle gengive e dell’osso sottostante possono essere prevenuti, in parte curati ma soprattutto controllati: LA PARODONTITE È UNA PATOLOGIA CHE IL DENTISTA ED IL PAZIENTE INSIEME POSSONO GESTIRE.

    Cosa si può fare ?

    1) – In un soggetto che scopre di essere affetto da parodontite,è necessario in primo luogo avere una mappatura dello stato del parodonto in quel momento. Si eseguono perciò una serie di esami diagnostici strumentali quali:
    a. Una serie di lastre endorali di tutti i siti dentali (status radiografico)
    b. Una misurazione della profondità delle tasche per ogni singolo dente (sondaggio parodontale). Tali dati non solo serviranno per conoscere con precisione lo stato del paziente ma permetteranno anche di valutare nel futuro l’evoluzione della malattia.
    2 – Irrinunciabile, per il successo delle cure, il miglioramento dell’igiene orale ed è fortemente auspicabile l’abbandono di abitudini, come il fumo, che possono ridurre la possibilità di successo delle terapie. L’adesione del paziente al piano di cure stabilito, la sua motivazione, quella che viene chiamata in inglese la “compliance”, sono il presupposto imprescindibile per il miglioramento della salute parodontale.
    3 – In un paziente affetto da parodontite la prima fase della terapia consiste nella rimozione della placca e del tartaro dalle tasche e dalla parte sopragengivale del dente (sedute di scaling). Questa fase chiamata anche “terapia parodontale non chirurgica” viene generalmente fatta in anestesia locale, suddividendo la bocca in settori trattati separatamente.
    4 – Passato all’incirca un mese dalla fine della “terapia non chirurgica” si rilevano nuovamente i sondaggi delle tasche. Durante questa “rivalutazione” la persistenza di sondaggi patologici potrà indirizzare le ulteriori fasi della terapia.
    5 – Le soluzioni che possono venire adottate, in questa eventuale seconda fase di terapia, prevedono anche interventi chirurgici, che hanno come scopo un ulteriore miglioramento delle condizioni cliniche (riduzione del sondaggio).
    6 – Dopo aver affrontato la fase attiva del trattamento, è fondamentale che il soggetto affetto da parodontite segua un protocollo di mantenimento dello stato di salute ristabilito. Questo prevederà sedute di profilassi professionale in cui:
    a. si valuta lo stato di infiammazione dei tessuti gengivali
    b. si misurano le tasche (sondaggi)
    c. si eliminano eventuali accumuli di tartaro e placca
    d. si eseguono lastre endorali

    È importante curarsi?

    La salute parodontale porta benefici non solo a livello della bocca ma anche in altri distretti dell’organismo. Studi recenti hanno infatti dimostrato un’associazione tra la parodontite e gravi malattie sistemiche come il diabete, le patologie cardiovascolari ed il parto prematuro, ipotizzando che la parodontite possa predisporre a tali problematiche. Ecco alcune ipotesi che sono state avanzate per spiegare il rapporto fra queste patologie:
    a.Rapporto fra Parodontite e diabete: Il rapporto fra queste due patologie si pensa sia bi-direzionale. Il carico infiammatorio globale dell’individuo è condizionato dalla presenza di una parodontite e ciò aggrava il diabete. Il diabete d’altronde è noto essere un fattore di rischio per lo sviluppo della parodontite e peggiora il suo decorso.
    b.Rapporto fra Parodontite e malattie cardio-vascolari e fra Parodontite e parto prematuro: Si conosce l’ associazione statistica fra la parodontite e queste patologie. Non si è però ancora certi dell’esistenza di un rapporto causale.
    Ecco alcune ipotesi formulate:
    1 – L’esistenza di condizioni predisponenti comuni, come il fumo. 2 – Un rapporto causale diretto fra la parodontite ed eventi ischemici vascolari (nella placca ateromatosa sono stati trovati batteri tipici della tasca parodontale) o il parto prematuro.
    3 – Una rapporto causale indiretto, laddove le citochine infiammatorie rilasciate dal tessuto parodontale infiammato rappresentano una condizione che favorisce l’ insorgenza delle malattie sistemiche suddette.
    Per tali motivi siamo certi che la cura della parodontite non può che migliorare le condizioni di salute generaledell’individuo e contribuire al suo benessere sistemico.

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